Come si svolge la valutazione ADHD?
Il primo passo: riconoscere il bisogno di chiarezza
Decidere di intraprendere un percorso per la valutazione dell’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) è spesso l’esito di anni passati a sentirsi “diversi”, inadeguati o costantemente sopraffatti dalle richieste del quotidiano.
Molti arrivano a questo punto dopo aver letto articoli, ascoltato testimonianze o semplicemente perché la fatica di mascherare le proprie difficoltà è diventata insostenibile.
Il primo passo fondamentale è rivolgersi a un professionista specializzato, che sia uno psichiatra o uno psicologo con esperienza clinica nei disturbi del neurosviluppo.
Non si tratta di una semplice chiacchierata o della compilazione di un test a crocette trovato su internet, ma di un viaggio strutturato volto a comprendere a fondo il funzionamento della mente della persona.
Il colloquio clinico: un tuffo nella storia personale
Il cuore pulsante di tutta la valutazione è il colloquio clinico iniziale.
In questa fase, il professionista non si limita ad ascoltare i sintomi attuali, ma compie un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo.
L’ADHD, infatti, è una condizione neurodivergente che ha radici nell’infanzia, anche se spesso non viene riconosciuta fino all’età adulta.
Durante gli incontri si esplorano i ricordi scolastici, le dinamiche familiari, le relazioni sociali e le sfide lavorative.
L’obiettivo è tracciare una linea continua che colleghi l’irrequietezza del bambino di ieri con la disorganizzazione o il sovraccarico mentale dell’adulto di oggi.
È un momento che richiede grande onestà e vulnerabilità, ma che spesso risulta profondamente liberatorio.
I test e i questionari: misurare l’invisibile
Se il colloquio fornisce la cornice narrativa, i test standardizzati rappresentano gli strumenti per dare un peso e una misura oggettiva a ciò che si prova.
Il clinico somministrerà una serie di questionari e interviste strutturate (come, ad esempio, la DIVA) per quantificare la frequenza e l’intensità dei tratti neuroatipici.
Questi strumenti servono a valutare aspetti cruciali come la disattenzione, l’iperattività e l’impulsività in diversi contesti della vita, come il lavoro, la casa o il tempo libero.
In alcuni casi, possono essere proposti anche test neuropsicologici per analizzare la memoria di lavoro o la capacità di pianificazione.
Non ci sono risposte giuste o sbagliate: ogni dato raccolto è un pezzo in più che aiuta a completare il puzzle.
Lo sguardo degli altri: l’importanza delle testimonianze
Poiché chi convive con l’ADHD da tutta la vita potrebbe aver normalizzato molti dei propri comportamenti, la valutazione spesso coinvolge anche le persone vicine.
Con il pieno consenso del paziente, il clinico può chiedere di intervistare genitori, partner o amici storici, oppure far compilare loro dei questionari. Questo passaggio, noto come anamnesi collaterale, è davvero prezioso.
I genitori possono fornire dettagli fondamentali sui primi anni di vita che il paziente non può ricordare, mentre un partner può descrivere con obiettività l’impatto dei sintomi sulla routine domestica.
Questo sguardo esterno aiuta il professionista ad avere una visione tridimensionale e non filtrata della realtà.
Oltre i sintomi: la diagnosi differenziale
Una delle fasi più delicate dell’intero iter è la cosiddetta diagnosi differenziale. I tratti tipici dell’ADHD – come la difficoltà a concentrarsi, la tendenza a procrastinare o l’irrequietezza costante – non sono un’esclusiva di questo disturbo. Possono sovrapporsi, o addirittura mascherare, altre condizioni come ansia, depressione, disturbi del sonno o stress cronico.
Inoltre, non è raro che l’ADHD si presenti “in buona compagnia”, ovvero assieme a disturbi specifici dell’apprendimento o tratti dello spettro autistico.
Il compito del clinico è districare questa matassa, assicurandosi che le fatiche riportate siano effettivamente riconducibili all’ADHD e non ad altre cause primarie.
La restituzione: dare un nome alle cose per ricominciare
L’ultimo capitolo di questo percorso è l’incontro di restituzione.
È il momento in cui il professionista consegna e spiega la relazione clinica, tirando le fila di tutto il lavoro svolto.
Ricevere una diagnosi di ADHD innesca spesso un vortice di emozioni contrastanti: c’è un immenso sollievo nel dare finalmente un nome a fatiche per anni giudicate come semplice pigrizia, ma può emergere anche una sorta di malinconia per le difficoltà passate.
Tuttavia, la diagnosi non è mai un punto di arrivo, bensì un inizio. Conoscere il proprio funzionamento permette di smettere di colpevolizzarsi, aprendo le porte a strategie pratiche, terapie mirate e un nuovo modo, finalmente consapevole, di vivere la propria mente.
Dott.ssa Sofia Romanazzi esperta in valutazione ADHD



